I ricercatori delle Bournemouth University e Queen University di Belfast hanno scoperto come la musicoterapia, associata ad un trattamento terapeutico tradizionale riduca ulteriormente i sintomi depressivi nei bambini e adolescenti che presentano problemi comportamentali ed emotivi.            Mariagrazia Zaccaria

In collaborazione con Every Day Harmony (marchio della Irlanda del Nord Music Therapy Trust), i ricercatori hanno scoperto come dei bambini e dei ragazzi con una età compresa tra gli 8 e i 16 anni, che sono stati sottoposti alla musicoterapia, siano notevolmente migliorati nei loro sintomi depressivi rispetto a coloro che hanno ricevuto un trattamento tradizionale senza musicoterapia.

Lo studio, ha anche scoperto che i ragazzi di 13 anni (e più) che hanno ricevuto un trattamento musicoterapico hanno migliorato anche le loro abilità comunicative e interattive, riscontrando anche come la musicoterapia abbia portato ad un miglior funzionamento sociale nel corso del tempo in tutte le fasce d’età.

Diversi usi di questa terapia

Oggi le neuroscienze svelano i circuiti e le aree cerebrali coinvolte durante un’esperienza musicale. Una serie molto nutrita di studi scientifici suggerisce che ritmo, melodia e armonia possono avere effetti benefici e alleviare i sintomi di malattie come il Parkinson e l’Alzheimer, le disabilità motorie, i disturbi dell’apprendimento, il ritardo mentale e la sordità infantile. «La musica può agire sulle capacità residuali di pazienti geriatrici che hanno perso autonomia e quindi presentano disturbi di tipo cognitivo, o motorio o comportamentale», spiega il maestro Carlo Alberto Boni, musicoterapeuta dell’Helvetic Music Institute di Bellinzona (Svizzera) che assieme al professor Marcello Cesa-Bianchi, fondatore della scuola di Psicologia dell’Università degli Studi di Milano, e a Paolo Cattaneo, direttore didattico dell’Helvetic Music Institute e docente a contratto dell’Università degli Studi di Milano, ha organizzato il congresso «Musicoterapia e Relazione: interventi riabilitativi in ambito psichiatrico e geriatrico».

 

Musicoterapia, le cure prescritte sullo spartito

Ritmo e melodia usate come vere medicine: possono migliorare le capacità del cervello di recuperare abilità perdute. Il suono stimola il sistema nervoso
Il sistema nervoso rilascia sostanze che portano benefici
Durante l’esperienza musicoterapica, il sistema nervoso si attiva e determina effetti a livello cognitivo, il rilascio di endorfine (riducono la percezione del dolore), di serotonina (determina il miglioramento dell’umore), di dopamina (migliora l’attività motoria), la produzione di immunoglobulina A (potenzia le difese immunitarie) e la vitalizzazione del sistema neurovegetativo. «Musica e movimento sono naturalmente correlati: a tutti viene spontaneo battere il tempo con il piede durante l’ascolto di una musica e questa attitudine è alla base di comportamenti complessi regolati dalla musica stessa, come marciare a tempo o danzare», ribadisce il neurologo Giuliano Avanzini, primario emerito dell’Istituto Neurologico Carlo Besta di Milano. Proprio la stimolazione ritmica è alla base della riabilitazione musicale dei pazienti con Parkinson: la sincronizzazione dei passi con il ritmo giusto migliora la loro deambulazione. Suonare il pianoforte, invece, può facilitare la riabilitazione in pazienti colpiti da ictus.

 

La musica ci cambia!

Sì, ci rende migliori, più sensibili, più attenti… ma adesso sappiamo che fa anche crescere il cervello! Lo ha scoperto uno studio sul corpo calloso, il ponte che unisce gli emisferi, che a quanto pare aumenta di dimensioni nei bambini che si esercitano con regolarità al piano o al violino. (Andrea Porta, 9 maggio 2008)

La musica ci cambia il cervello. Uno studio della Harvard Medical School di Boston (Usa) spiega che il regolare esercizio con uno strumento modifica il nostro sistema nervoso, migliorandone alcune funzioni. La ricerca è iniziata tre anni fa quando il neurologo Gottfried Schlaug, partendo dai risultati di un esperimento compiuto nel 1995, aveva sottoposto a risonanza magnetica il cervello di 31 “musicisti in erba”, di 6 anni, osservando il particolare sviluppo del “corpo calloso”, la struttura che collega tra loro i due emisferi del cervello.
Un ponte nel cervello. Solo oggi grazie a nuovi test sugli stessi bambini Schlaug ha potuto verificare una correlazione più specifica: soltanto quelli che in questi tre anni hanno continuato un’intensa attività musicale avevano un corpo calloso ipersviluppato, segno delle elevate capacità motorie indispensabili per suonare strumenti come il violino o il piano. Ponte tra gli emisferi, la struttura è infatti responsabile delle capacità di coordinamento degli arti. «I risultati», spiega Schlaug, «mostrano chiaramente che l’esercizio musicale migliora le connessioni neuronali responsabili dell’organizzazione del movimento.» Ora il team proseguirà la ricerca per capire se la pratica musicale ha altri effetti benefici, per esempio sulla memoria.

 

La musica ha effetto sulla memoria e può rafforzare le capacita di espressione.

Il cervello è un sofisticato sistema di apprendimento; infatti esso dalle vibrazioni esterne elabora i suoni veri e propri; e ciò vale quindi sia per la parola, che per un suono, che per la musica prodotta da strumenti musicali. Fuori di noi non ci sono suoni o rumori, perché essi sono una risposta cerebrale, a determinate vibrazioni del mondo esterno. Le dinamiche di interazione tra vibrazioni del mondo esterno e cervello passano attraverso processi di integrazione di aree cerebrali specifiche, che correlano le emozioni ed i significati alle complesse strutture cerebrali di produzione delle sensazioni sonore. La Tomografia ad Emissione di Positroni (PET), permette di misurare e registrare l’attività di un cervello umano in risposta ad uno stimolo. La PET è infatti in grado di farci osservare piccole variazioni di flusso di sangue nelle diverse aree cerebrali. Un aumento di flusso sanguigno in una specifica zona del cervello corrisponde un aumento dell’attività cerebrale di quella zona. Da queste limitate informazioni in particolare si può osservare che a partire dalle aree temporali di ricezione delle vibrazioni sonore un essenziale punto di snodo della informazione generata da differenti tipologie di vibrazioni e le zone talamiche responsabili dell’attivazione di stati emotivi, è situato nella zona immediatamente sottostante al lobo frontale dell’acumen; un diverso smistamento di informazione avviene per procedimenti di integrazione che raggiungono l’area di Wernicke collocata circa al centro dell’emisfero superiore sinistro del cervello; area quest’ultima deputata alla interpretazione cognitiva dei suoni. Dato che le vibrazioni esterne passano debolmente anche attraverso il corpo,

anche il cervello delle persone non udenti riesce a percepire la musica, cosi come il bambino, ancora nella pancia materna, inizia ad apprendere come produrre dalle vibrazioni esterne la sensazione interiore del suono e riconoscerne

il timbro, il tono e la frequenza.

È pertanto comprensibile che l’esercizio musicale sviluppi aree di integrazione specifiche del cervello; quella relativa a udire per interpretare e cioè a distinguere i suoni come fenomeno cognitivo, l’altra relativa al sentire percettivo che si colloca soprattutto nella attivazione delle funzioni emotive. Quindi il fatto che l’esercizio musicale sia utilizzato per migliorare anche le capacità cognitive generali è possibile ed utile, poiché le aree corticali uditive e sensoriali realizzano uno sviluppo di apprendimento maggiore rispetto a chi non si occupa di musica. Una varietà di studi recenti che si è focalizzata sulla neurologia della musica, del rumore, della parola nonché sulle soglie dell’udito, ha avuto un recente sviluppo e, traendo conoscenza da essa, è importante rammentare che le note e le scale musicali vengono mediate primariamente dall’emisfero sinistro (area di Wernicke) e le melodie dall’emisfero destro del cervello. Certamente per attuare strategie capaci di ascoltare la musica, con un coinvolgimento globale del nostro sistema nervoso cognitivo e delle funzioni emotive a questo connesse è necessario fare attenzione ai risultati che ogni individuo può ottenere da differenti metodologie di apprendimento. Infatti la musica può esasperare comportamenti di socializzazione di massa, interagendo direttamente con i complessi fenomeni bio-chimici che correlano il corpo con zone talamiche del cervello che sono alla base delle emozioni; quest’ultime diversamente dalle attività cognitive sono meno regolabili dalla ragione e pertanto meno coscienti. Certamente ognuno di noi potrà provare come aumenti l’aggressività e quindi la forza durante l’ascolto della “Cavalleria Rusticana”, rispetto a quando si ascolta una “Ninna Nanna”; pertanto è possibile capire come gli effetti subliminali agiscano indipendentemente dal nostro volere cosciente e come essi nelle ripetitività possano divenire condizionanti per effetto di una pressante continuità di ascolto della musica.

Viceversa la musica può anche essere utilizzata con “effetto terapeutico”; le differenze dei due emisferi cerebrali nella elaborazione dei suoni possono generare particolari ricadute terapeutiche in soggetti con difficoltà di comunicazione, qualora si esercitino opportunamente i processi di integrazione cerebrale che correlano emozioni sonore all’attenzione della significazione dei suoni favorendo in tal modo un buon ascolto della musica.               Tratto da  Neuroscienze. net

 

Gli effetti della musica sullo sviluppo del cervello

16 marzo 2017da musikelios

Il cervello è uno degli organi centrali del sistema nervoso.

Durante l’infanzia il cervello è più sensibile agli stimoli esterni; con l’età infatti esso subisce un rallentamento nel suo sviluppo biologico e nei processi di apprendimento. Anatomicamente, il cervello si divide in due emisferi – destro e sinistro – con caratteristiche funzionali diverse. Tali emisferi sono coperti dalla corteccia cerebrale. In ciascun emisfero vi sono delle aree deputate a numerose funzioni: quello sinistro ad esempio si occupa di elaborare e comprendere il linguaggio, il destro invece percepisce ed elabora la musica.

Il cervello, come il resto del corpo, è formato da cellule: i neuroni. Le connessioni tra neuroni prendono il nome di sinapsi: tali collegamenti permettono al cervello di apprendere e trasmettere le informazioni. Nel cervello inoltre è presente la mielina, una materia bianca che avvolge i neuroni ed è in grado di aumentare la velocità di trasmissione degli impulsi nervosi. Una specifica tecnica di risonanza magnetica, capace di quantificare la mielina presente nel cervello, ha rilevato che suonare uno strumento musicale è un modo efficace per favorire lo sviluppo della materia bianca.

La musica induce l’attivazione della corteccia cerebrale, coinvolgendo le aree frontali ed occipitali del cervello. Attraverso l‘elettroencefalografia (EEG), la registrazione dell’attività elettrica dell’encefalo, si è scoperto che la musica crea un’attività cerebrale di onde alfa.

Ciò comporta una maggiore capacità di memoria ed attenzione.

La musica

  • migliora la capacità di risolvere problemi matematici e ragionamenti complessi;
  • introduce i bambini ai suoni e alle parole, rafforzando l’apprendimento;
  • offre l’opportunità ai bambini di interagire tra loro e con gli adulti;
  • unita alla danza, stimola i sensi, l’equilibrio e lo sviluppo muscolare;
  • stimola la creatività e la fantasia.

Il cervello dei musicisti funziona diversamente

Numerosi neuroscienziati hanno studiato i rapporti tra musica e cervello, cercando di capire quali meccanismi vi siano alla base. Secondo uno studio americano, la mente dei musicisti elabora le informazioni in modo diverso: chi suona usa entrambi gli emisferi del cervello. Infatti i musicisti, per suonare il proprio strumento, usano le mani in modo indipendente e contemporaneamente leggono i simboli musicali interpretandoli (e noi pianisti sappiamo bene cosa significhi coordinare il tutto nello stesso momento!). L’abilità dei musicisti è riuscire ad integrare perfettamente le informazioni che giungono da entrambi gli emisferi.

L’educazione musicale riorganizza e potenzia la capacità di integrazione delle informazioni proprio perchè modifica sensibilmente le connessioni fra i circuiti cerebrali di aree sensoriali differenti. La musica quindi migliora la crescita dei più piccoli e al contempo mantiene giovane la mente degli adulti.

 

Gli effetti della musica sul nostro cervello, dal rilascio di dopamina al legame con il linguaggio fino ai benefici sulla salute (FOTO)

 

La musica fa da sottofondo alla maggior parte della nostra vita. Si tratta di un’arte che dà piacere, stimola i ricordi e ci fa condividere emozioni. Ma quella che appare la cosa più semplice e comune del mondo è in realtà il risultato di meccanismi complessi e sorprendenti. Gli scienziati se lo chiedono da tempo: qual è l’effetto della musica sul nostro cervello? Ne parla su El Paìs il neurologo Facundo Manes.

La storia dell'”arte delle Muse” inizia migliaia di anni fa, forse addirittura prima della nascita dell’homo sapiens. O almeno così fanno pensare diversi ritrovamenti archeologici. La musica ha accompagnato l’essere umano nella storia della sua evoluzione e molteplici sono le teorie che sono state ipotizzate a proposito di tale legame.

Alcuni, notando che nella risposta del cervello alle melodie si attivavano aree adibite al movimento, hanno ipotizzato che la musica sia sorta per aiutarci a muoverci insieme, fatto che porta a essere più altruisti e solidali. A parere di altri invece l’influenza dell’arte sugli esseri umani sarebbe nata per caso, in ragione della capacità della stessa di dirottare sistemi cerebrali creati per altri scopi, come il linguaggio, le emozioni e il movimento.

Ascoltiamo musica sin dalla tenera età, perfino quando siamo solo dei bebè. È un dato di fatto che i lattanti rispondano meglio alle melodie piuttosto che al linguaggio verbale e che si rilassino ascoltando i suoni dolci. In particolar, i bimbi nati prematuri che soffrono di insonnia traggono benefici dal rumore del battito del cuore materno o dai suoni che lo imitano.

Come dicevamo, la musica è in grado di darci piacere. Al pari di cibo, sesso e droghe, rilascia dopamina nel cervello. Gli stimoli dovuti a questi quattro elementi dipendono da un circuito cerebrale sottocorticale nel sistema limbico, formato da strutture cerebrali che gestiscono le risposte fisiologiche agli stimoli emotivi. L’aspetto curioso è che da studi scientifici pare che gli stimoli emotivi legati a musica, cibo, sesso e droghe attivino tutti un sistema in comune.

Robert Zatorre, uno dei fondatori del canadese laboratorio di ricerca Brain, Music and Sound, ha studiato i meccanismi neuronali di percezione musicale. Dal momento della loro percezione da parte dell’udito, i suoni vengono trasmessi al tronco cerebrale prima e alla corteccia uditiva primaria poi; gli impulsi viaggiano quindi in reti cerebrali importanti per la percepire la musica e per immagazzinare quella già ascoltata. La risposta cerebrale ai suoni è infatti condizionata dai suoi uditi in passato, in quanto nel cervello sono contenuti i dati relativi a tutte le melodie.

A questa sorta di database hanno fatto riferimento anche Agustín Ibáñez e Lucía Amoruso, dell’Instituto de Neurociencias Cognitivas, per indagare su quei meccanismi cerebrali che permettono di anticipare le azioni. Le ricercatrici hanno mostrato a dei ballerini di tango video in cui altri ballerini commettevano degli errori e hanno rilevato (tramite elettroencefalogrammi) che solo i danzatori esperti erano capaci di anticipare gli sbagli. Esistono infatti nella corteccia cerebrale circuiti che percepiscono, codificano, immagazzinano e costruiscono gli schemi astratti che rappresentano le regolarità estratte dalle nostre esperienze musicali anteriori. La costruzione di aspettative e la sua possibile violazione è la chiave per una risposta emotiva.

Un altro aspetto oggetto di studio è la relazione tra musica e linguaggio, che vengono entrambi elaborati da tutti e due gli emisferi del cervello. Sembra inoltre che musica e linguaggio condividano alcuni aspetti per quanto riguarda la loro elaborazione a livello concettuale. La prima pare però offrire un nuovo metodo di comunicazione radicata nelle emozioni: per esempio, è in grado di influire sul nostro umore e sulla nostra fisiologia, in modo più efficace delle parole. L’attivazione simultanea di diversi circuiti cerebrali prodotta dai suoni può mediare un dialogo emotivo.

Un ultimo campo di particolare interesse è quello della sanità, dove si utilizza la musica per migliorare, mantenere o recuperare le funzioni cognitive, emozionali e sociali e per fare rallentare la progressione di determinate malattie. La musicoterapia si rivela particolarmente utile nel caso di pazienti affetti da disturbi motori o da demenza e di bambini con capacità speciali: dal momento che attiva quasi tutte le regioni del cervello, la musica serve soprattutto per recuperare attività linguistiche e motrici. Quando si fa o si ascolta musica si mettono in azione regioni del cervello coinvolte nelle emozioni, nella conoscenza e nel movimento. La musicoterapia favorisce la neuro-plasticità, compensando così i deficit delle regioni cerebrali danneggiate. In generale, la cosiddetta arte delle Muse incoraggia le persone a muoversi, induce stati d’animo positivi e aumenta l’eccitazione, tutte cose che possono condurre il paziente alla riabilitazione.

Redazione, L’Huffington Post